In un paese storicamente cattolico come l’Italia, la religione ha sempre avuto un ruolo centrale nella formazione dell’identità culturale. Tuttavia, negli ultimi decenni, il panorama religioso italiano ha subito significative trasformazioni, sia per l’evoluzione della società italiana stessa, sia per l’arrivo di cittadini provenienti da diverse parti del mondo.
Secondo l’ISTAT, al 1° gennaio 2024, i cittadini stranieri residenti in Italia sono circa 5,3 milioni, rappresentando l’8,9% della popolazione totale. La composizione religiosa di questi residenti è variegata: circa il 55% sono cristiani (principalmente ortodossi e cattolici), il 30% sono musulmani, il 3% induisti, il 2% buddhisti, con il resto distribuito tra altre religioni o non affiliati.
Questi dati evidenziano come il contesto lavorativo italiano sia diventato sempre più multiculturale e multi-religioso.
Ma quanto conosciamo davvero questa realtà?
Ancora meglio, quanto sappiamo dell’importanza della religione in Italia nella formazione della nostra identità?

Articolo scritto da Rudra Chakraborty e Najoua Meddad
Quanto è cambiato il rapporto tra identità nazionale e religione?
Dall’indagine condotta dal Pew Research Center nel 2024 emerge un quadro interessante sulla percezione della religione in Italia. Il 33% degli intervistati considera importante seguire la religione storicamente predominante per essere “veramente” italiani. Questo dato colloca l’Italia in una posizione intermedia rispetto ad altri paesi europei: più religiosa di Francia (dove solo il 14% dei cristiani considera la religione come fondamento dell’identità nazionale) o Spagna (13%), ma meno di paesi come Grecia (54%) o Polonia (oltre il 60%).
È particolarmente significativo il divario generazionale: solo il 7-8% dei 18-49enni afferma che essere cristiano è importante per definirsi italiano, contro il 23% degli over 50. Questo riflette un cambiamento culturale in atto che inevitabilmente si ripercuote anche sul mondo del lavoro.
Come mostrato dal Pew Research Center, in Italia il 44% risponde che non è “per niente importante” essere cristiani per essere veramente italiani, il 22% “non molto importante”, il 18% “abbastanza importante” e il 15% “molto importante”. Questi dati creano spazio per l’inclusione religiosa e mostrano un’evoluzione culturale già in corso.
Come trovare equilibrio in azienda?
La Costituzione italiana stabilisce che l’Italia è uno stato laico. L’articolo 7 riconosce l’indipendenza tra Stato e Chiesa Cattolica, mentre l’articolo 8 stabilisce che tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge. Questa impostazione si riflette nella normativa sul lavoro, con il D.lgs. 216/2003 che introduce il divieto di discriminazione legato al fattore età e religione.
Tuttavia, il calendario lavorativo italiano resta storicamente modellato sulla tradizione cattolica, con festività come Natale, Pasqua e l’Immacolata Concezione riconosciute come giorni non lavorativi. Questo crea una disparità con chi professa altre religioni e desidera celebrare le proprie festività. È l’elefante nella stanza: tutti i lavoratori non hanno strutturalmente la concessione di festeggiare le proprie festività non cattoliche.
Nei paesi come India, Libano e Malesia, il calendario delle festività pubbliche riflette pienamente la diversità religiosa della popolazione. In India, ad esempio, sono giorni festivi nazionali non solo il Natale o la Pasqua, ma anche il Diwali, l’Eid, l’Holi e altre festività di religioni diverse. Lo stesso accade in Libano e Malesia, garantendo a tutti i gruppi religiosi visibilità e rispetto istituzionale.
Negli Stati Uniti, il modello è diverso: a livello federale le festività ufficiali sono prevalentemente cristiane o laiche, ma in alcuni stati e città è cresciuta l’attenzione verso le religioni non cristiane. A New York City, ad esempio, le scuole pubbliche chiudono per l’Eid al-Fitr, l’Eid al-Adha e il Capodanno Lunare. Simili adattamenti esistono in New Jersey, Pennsylvania e Texas.
Il tema richiede un dibattito pubblico esteso, a livello cittadino e nazionale con l’ottica di “Culture add” invece di “culture fit”. Il concetto di culture fit privilegia l’assunzione di persone che si integrano facilmente nei valori esistenti dell’azienda, rischiando però di ridurre la diversità cognitiva. Al contrario, il modello culture add valorizza candidati che portano nuove prospettive e competenze complementari, favorendo innovazione e adattabilità.
Essendo il nostro obiettivo quello di osservare la realtà aziendale sul tema, ci concentriamo su ciò che è visibile. In alcune industrie italiane, notiamo che si è trovata una strada per connettere spiritualità e religioni nel marketing e commerciale, mentre altre aziende stanno iniziando a lavorare sulla convivenza delle pluralità religiose all’interno.
Quali sono le opportunità di business nel lusso e nella moda?
Un esempio significativo è rappresentato dal mercato della moda islamica che, secondo i dati del 2023, avrebbe raggiunto i 375 miliardi di dollari entro il 2025. Un mercato in forte espansione, guidato anche da piattaforme come TikTok, dove gli influencer musulmani stanno creando nuove tendenze che coniugano rispetto dei precetti religiosi e moda contemporanea.
Partita intorno al 2016, l’idea delle capsule collection per i grandi marchi del lusso durante il Ramadan fu inizialmente criticata per essere troppo occidentale. I brand iniziarono quindi a collaborare con stilisti locali e oggi è tradizione lanciare collezioni prima del mese Sacro. Provate a cercare sul vostro browser il nome di un marchio di lusso con la parola “Ramadan” e scoprirete quanto questa pratica sia diffusa.
Per il marketing, la consapevolezza delle diverse pratiche religiose può tradursi in opportunità concrete:
- Targeting più preciso: comprendere le esigenze specifiche di diversi gruppi religiosi permette di sviluppare prodotti mirati, come dimostrato dalle banche nazionali che hanno creato prodotti finanziari per specifiche comunità etniche.
- Calendario promozionale diversificato: pianificare campagne in concomitanza con le principali festività religiose può aumentare l’efficacia delle promozioni, come dimostrato dalle iniziative nei supermercati durante il Ramadan.
Osserviamo questo trend anche per altre festività, come l’anno nuovo lunare e il Diwali, seppur in maniera ancora limitata. Vi siete mai chiesti quali vantaggi potremmo avere rispondendo alle esigenze di minoranze religiose?
Nella telefonia, le offerte “chiama a casa” esistono da anni per attirare più abbonati, mentre nel retail durante il Ramadan c’è un posizionamento strategico di prodotti per l’Iftar, la rottura del digiuno serale.
Quali altri esempi avete notato intorno a voi?

Quali sono le buone pratiche HR?
La convivenza di identità religiose in azienda richiede maggiore consapevolezza delle diversità e talvolta la creazione di spazi fisici o policy che diano spazio alle diverse pratiche religiose. Ecco alcune pratiche HR che sono state implementate in una varietà di aziende.
1. Calendario multi-religioso aziendale
Un semplice strumento interno che evidenzi le principali festività religiose può aiutare i manager nella pianificazione, sensibilizzare tutti i dipendenti sulla diversità presente in azienda e prevenire la programmazione di eventi importanti in coincidenza con queste date.
L’esperienza di un’azienda di utilities milanese dimostra l’importanza di osservare la propria demografia diversificata per costruire un calendario multiculturale. La sensibilizzazione avviene con video di dipendenti che spiegano le festività, invitando anche gli altri a partecipare. Sono state incluse diverse feste, dal Ramadan al Diwali, fino alle celebrazioni del nuovo anno persiano.
2. Policy flessibile per le festività
Le aziende più innovative stanno guardando all’estero, come Australia o Canada, dove esiste il concetto dei “floating days”. Le applicazioni in Italia includono:
- “Giorni di festività fluttuanti” che i dipendenti possono allocare secondo le proprie necessità religiose
- Scambi di turni facilitati in prossimità di festività religiose
- Possibilità di recuperare ore lavorate in altri momenti
- La possibilità di donare le proprie ferie a un collega per festeggiamenti religiosi
3. Spazi di preghiera e raccoglimento
Molte religioni prevedono momenti di preghiera durante il giorno. Le aziende possono:
- Identificare spazi tranquilli multiuso per brevi momenti di raccoglimento
- Permettere pause brevi ma flessibili, con possibilità di recupero
- Adottare politiche che normalizzino queste pratiche senza creare imbarazzo
- Alcune grandi multinazionali americane e italiane hanno già creato stanze del silenzio o di preghiera.
4. Alimentazione e catering aziendale
Le mense aziendali possono rappresentare una sfida importante:
- Etichettare chiaramente gli ingredienti nei menù
- Offrire opzioni vegetariane, halal, pure veg o kosher negli eventi
- Considerare timing alternativi per eventi aziendali durante periodi di digiuno religioso
5. Programmi di Cultural Intelligence
Come dimostrato dall’esperienza di grandi aziende italiane nel Pharma, FMCG e Food, investire in programmi di formazione sulla competenza interculturale può:
- Normalizzare conversazioni sulla cultura e religione
- Sviluppare strategie di comunicazione efficaci con persone di background diversi
- Creare un ambiente di lavoro più inclusivo e rispettoso
Un esempio chiaro è quello di una banca primaria in Emilia Romagna che ha costruito un approccio comunitario considerando la religione nelle proprie policy. Dal 2011 al 2016, la banca ha sviluppato prodotti dedicati come mutui per la comunità Sikh, supporto per l’acquisto di centri culturali buddisti e assicurazioni per il rimpatrio delle salme, costruiti insieme a comunità religiose.
Con un team di sole 5 persone in due anni, l’iniziativa ha coinvolto 583 comunità, organizzato 185 incontri e portato allo sviluppo di nuovi prodotti finanziari, dimostrando come l’attenzione alla diversità religiosa possa tradursi in concreti risultati di business.
Come rendere un’azienda religiosamente inclusiva?
In un contesto italiano in cui il 65% degli intervistati ritiene che la religione abbia un impatto positivo sulla società, noi ci chiediamo quale sia la posizione delle aziende. Da altri paesi europei, notiamo che le organizzazioni di successo non cercano la perfezione nell’allineamento tra valori aziendali e religiosi, ma coltivano una “ambiguità elastica” che permette la coesistenza di diverse visioni.
Le aziende italiane più avanzate stanno facendo i primi passi, passando da un approccio multiculturale (semplice compresenza di diverse culture) a uno interculturale, dove la diversità diventa fonte di arricchimento reciproco e vantaggio competitivo.
L’inclusione religiosa sul posto di lavoro non richiede necessariamente grandi investimenti, ma consapevolezza, rispetto e la capacità di vedere nella diversità un’opportunità anziché un ostacolo. Soprattutto richiede dati e sensibilità una volta avviata.
Come MIDA notiamo con interesse e supportiamo queste esplorazioni con l’intento di ispirare, portare le best practice e, perché no, “copiare con orgoglio” laddove stiamo lavorando tutti insieme verso lo stesso obiettivo. E voi, quali esperienze avete vissuto o osservato nelle vostre realtà lavorative?
Fonti
- Pew Research Center, “Spring 2024 Global Attitudes Survey”
- ISTAT, “Statistiche demografiche”, 2024
- Page Executive, “Talent Trends 2024”, https://www.michaelpage.it/studi/talent-trends
- Gümüsay, A. A., Smets, M., & Morris, T. (2020), “Creating Space for Religious Diversity at Work”, Harvard Business Review
- McKinsey, “Diversity Wins: How Inclusion Matters”, 2020
- Il Sole 24 Ore, “Moda e Islam: un mercato da 375 miliardi di dollari nel 2025”, 2023

