Per dare informazioni utili e best practice sugli interventi DE&I nelle organizzazioni italiane, MIDA intervista responsabili di organizzazioni che si occupano di temi connessi a Diversity, Equity e Inclusion.
Oggi abbiamo il piacere di parlare con Sumaya Abdel Qader, esperta di interculturalità e diversità in ambito aziendale. Con anni di esperienza nel settore, Sumaya porta una prospettiva unica sulle sfide e le opportunità che le aziende affrontano in un mondo sempre più globale e interconnesso.
La sua visione sull’integrazione culturale e religiosa rappresenta una risorsa preziosa per le organizzazioni che mirano a creare ambienti di lavoro inclusivi e competitivi.

Intervista a cura di Rudra Chakraborty e Najoua Meddad
MIDA: In questi ultimi anni abbiamo visto alcune aziende fare piccoli passi verso l’interculturalità, come la creazione di stanze della fede o stanze del silenzio. Amazon e Microsoft hanno persino stanze di abluzione. Che tipo di evoluzione hai visto nell’interculturalità e nell’interreligiosità negli ultimi 10 anni?
Sumaya: L’evoluzione che ho osservato negli ultimi anni mostra come le aziende stiano iniziando a riconoscere il valore della diversità culturale e religiosa. Non si tratta più solo di iniziative isolate, ma di un cambiamento di mentalità. Le aziende stanno comprendendo che rispettare le diverse identità culturali e religiose non è solo eticamente corretto, ma anche vantaggioso per il business.
Quelle che citavi come Amazon e Microsoft sono esempi di eccellenza, ma vedo che anche altre realtà stanno seguendo questa direzione. C’è una maggiore consapevolezza che creare spazi inclusivi porta a un ambiente di lavoro più produttivo e innovativo.
MIDA: Prima di approfondire le opportunità, potresti aiutarci a inquadrare la situazione delle seconde generazioni in Italia con alcuni dati?
Sumaya: Certamente. Secondo i dati ISTAT del 2020 nel rapporto “Identità e percorsi di integrazione delle seconde generazioni in Italia”, abbiamo oltre 1 milione di minori figli di immigrati, di cui circa 858.000 sono nati in Italia, le cosiddette seconde generazioni in senso stretto. Il 22% degli studenti nelle scuole italiane ha origini straniere.
Il Ministero dell’Istruzione, nel report “Gli alunni con cittadinanza non italiana – A.S. 2019/2020” pubblicato nel 2021, ha rilevato 877.000 studenti con cittadinanza non italiana nel sistema scolastico, pari al 10,3% del totale. Di questi, il 65,4% è nato in Italia. Le nazionalità più rappresentate sono Romania, Albania e Marocco.
La Fondazione ISMU, nel “Ventisettesimo Rapporto sulle migrazioni 2021”, evidenzia che dei 5,7 milioni di cittadini stranieri residenti in Italia, il 22% ha tra 0 e 17 anni. Un dato significativo riguarda la religiosità: oltre il 70% dei giovani di seconda generazione si dichiara religiosamente attivo.
Questi numeri ci mostrano quanto sia importante per le aziende comprendere e valorizzare questo capitale umano in crescita.
MIDA: Hai notato cambiamenti nel modo in cui i giovani, in particolare quelli di fede islamica, vivono e condividono la loro identità religiosa?
Sumaya: Assolutamente sì. Uno degli sviluppi più interessanti è come i giovani musulmani stiano utilizzando i social media per esprimere la propria identità religiosa. Secondo uno studio del 2022 dell’Università di Padova – Centro Studi Islam intitolato “Identità religiose digitali: giovani musulmani italiani online”, il 78% dei giovani musulmani di seconda generazione usa i social media per fruire e condividere contenuti religiosi.
Instagram e TikTok sono diventate le piattaforme preferite per questi contenuti, con il 65% che dichiara di seguire influencer musulmani per approfondire temi religiosi. Ciò che trovo particolarmente significativo è che il 55% afferma che i social media hanno un ruolo importante nella propria formazione religiosa.
Quello che osservo personalmente è una generazione di giovani musulmani che non nasconde più la propria identità religiosa, ma anzi la rivendica in modo positivo, moderno e consapevole. Usano i social per smontare stereotipi, educare sui principi dell’Islam e mostrare come si possa essere pienamente italiani e musulmani allo stesso tempo. Questo fenomeno rappresenta un’opportunità per le aziende di comprendere meglio le nuove generazioni e le loro sensibilità religiose.
MIDA: Quali opportunità vedi per i giovani di origine non italiana nel mondo del lavoro attuale?
Sumaya: Vedo che in certi ambiti c’è una valorizzazione dei giovani e delle loro capacità. Ci sono settori dove le competenze interculturali sono particolarmente apprezzate. I giovani con background migratorio portano con sé un bagaglio di esperienze e conoscenze uniche: parlano più lingue, hanno una sensibilità interculturale innata e riescono a muoversi con naturalezza tra diverse culture.
Queste competenze rappresentano un valore aggiunto significativo per le aziende che operano in contesti internazionali. Vedo un potenziale enorme nei giovani di seconda e terza generazione che possono fungere da ponte tra culture diverse.
MIDA: Quali sfide rimangono ancora da affrontare?
Sumaya: È vero che c’è una valorizzazione in certi ambiti, ma allo stesso tempo osserviamo ancora difficoltà nel riconoscimento pieno delle capacità. Questo è un tema trasversale che riguarda tutti i giovani, sia italiani di origine che ragazzi di origine non italiana.
Un fenomeno preoccupante è la fuga di cervelli. Oltre alla fuga di talenti italiani, stiamo assistendo anche all’esodo di giovani di seconda e terza generazione, formati in Italia ma che trovano migliori opportunità all’estero. All’estero, infatti, vedono molto bene i figli di immigrati perché hanno più competenze interculturali, conoscono più lingue e hanno una sensibilità verso le diverse culture che viene molto apprezzata, molto più che in Italia.
I dati ISTAT mostrano un tasso di abbandono scolastico del 27% tra i ragazzi con background migratorio contro l’11% dei coetanei italiani. Questo è un segnale d’allarme che non possiamo ignorare e che richiede interventi mirati.
MIDA: Quali strategie potrebbero adottare le aziende italiane per trattenere questi talenti?
Sumaya: Le aziende italiane dovrebbero riconoscere che la diversità culturale è una risorsa che porta valore al business. Numerosi studi e ricerche dimostrano come l’inclusione di persone con background diversi porti un grande valore alle aziende.
Le aziende potrebbero investire in programmi specifici per valorizzare le competenze interculturali, creare percorsi di carriera chiari per i giovani talenti e promuovere una cultura aziendale veramente inclusiva. È importante anche riconoscere e valorizzare le competenze linguistiche e la capacità di mediazione culturale che questi giovani portano con sé.
MIDA: Come vedi il futuro dell’Italia in termini di multiculturalità?
Sumaya: L’Italia multiculturale c’è e sta crescendo. Lo vediamo attraverso l’acculturazione dei bambini e dei giovani. Nonostante le sfide attuali, sono ottimista sul fatto che le aziende italiane possano evolvere e comprendere sempre di più il valore della diversità.
Il cambiamento richiede tempo, ma le nuove generazioni stanno già portando una ventata di novità. I giovani di oggi, cresciuti in contesti multiculturali, saranno i leader di domani e porteranno con sé una visione più inclusiva e aperta verso la diversità.
Il fenomeno dei giovani musulmani sui social media che ho menzionato è solo un esempio di come le nuove generazioni stiano trovando modi innovativi per esprimere la propria identità e contribuire al dialogo interculturale. Questo è il futuro che vedo: un’Italia dove la diversità è vista come un patrimonio da valorizzare, non come un problema da risolvere.
Questa intervista è parte di una serie di approfondimenti di MIDA su temi DE&I nelle aziende italiane. La nostra newsletter “InclusioNews” si propone di offrire spunti e riflessioni alle aziende che desiderano affrontare le sfide della diversità e dell’inclusione nel mondo del lavoro.


