Insights 25 Novembre 2025

Il lato invisibile della violenza. Perché le organizzazioni devono parlarne.

Elisa Rando

Principal

Per dare informazioni utili e best practice sugli interventi DE&I nelle organizzazioni italiane, la nostra Tribe Inclusion intervista leader ed esperti/e di organizzazioni che si occupano di temi connessi a Diversity, Equity e Inclusion.

Oggi abbiamo il piacere e il dovere di parlare di violenza economica con il prof. Edoardo Lozza, Professore Ordinario presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove insegna Psicologia dei Consumi e del Marketing e Psicologia Economica.

Partiamo dalle basi: che cosa si intende per violenza economica?E perché è importante riconoscerla come una forma di violenza, e non come un semplice “conflitto economico”?

La definizione di violenza economica riguarda tutte quelle forme di condotte che mirano fondamentalmente a tre obiettivi: il controllo, il sabotaggio e lo sfruttamento delle risorse economiche di un’altra persona.

Le forme di controllo sono tutte quelle in cui una persona vuole monitorare e, in qualche modo, ridurre, l’indipendenza finanziaria dell’altra persona.

Le forme di sabotaggio riguardano gli impedimenti a reperire risorse, quindi impedire a una persona di lavorare, di avere un’attività autonoma, di formarsi o di avere gli strumenti per un’attività autonoma (come, per esempio, l’auto per spostarsi, o la partecipazione a un corso di laurea, o l’accesso a un proprio lavoro).

Infine, le forme di sfruttamento si verificano quando ci si appropria indebitamente di risorse altrui, senza la consapevolezza e il consenso dell’altra persona.

Ciò che distingue la violenza economica da altre forme di conflitto sono due elementi: la consapevolezza e il consenso. In un conflitto, sebbene non ci sia consenso sul modo in cui verranno utilizzate le risorse, c’è consapevolezza da parte di entrambi che si sta discutendo della questione. Quando mancano questi due elementi — consapevolezza e consenso — si può parlare di forme di violenza economica.

La ricerca che abbiamo condotto come Università Cattolica, promossa dal Gruppo Sella, ci ha permesso di misurare quanto sia diffusa questa forma di violenza in Italia. Abbiamo intervistato un campione rappresentativo di 2000 casi della popolazione maggiorenne italiana, e il primo dato sorprendente è che è molto più diffusa di quanto ci saremmo aspettati.

Al di là dei numeri, è sorprendente il fatto che la violenza economica va oltre l’immaginario collettivo che vede giustamente le donne come principali vittime di violenza economica nelle relazioni con il partner. Questa situazione esiste ed è dominante, ma si tratta di una maggioranza relativa: se consideriamo 100 le forme di violenza economica in Italia, le donne in una relazione di coppia ne rappresentano il 40%.

C’è invece una maggioranza assoluta in cui le donne possono essere vittime di violenza economica anche in altre forme di relazioni familiari. In moltissimi casi, le relazioni fra genitori e figli vedono la vittima essere a volte il genitore, a volte il figlio o la figlia, laddove l’ambito delle relazioni di coppia vale complessivamente il 60% delle forme di violenza economica. Indubbiamente, c’è una fortissima e prevalente componente di genere e le donne sono le principali vittime, ma bisogna fare attenzione a non identificare la violenza economica solo come violenza di genere, poiché poco meno della metà del campione è composto anche da uomini.

Lei studia da anni il rapporto tra persone e denaro. In che modo le dinamiche psicologiche ed emotive legate al denaro possono favorire situazioni di controllo o dipendenza finanziaria?

Direi in almeno tre modi. Questa ricerca ci ha permesso di misurare quanto gli atteggiamenti (a volte consapevoli, a volte inconsapevoli) rispetto al denaro siano dei fattori di rischio. Abbiamo identificato gli antecedenti della violenza economica, sia sul versante delle vittime sia su quello degli autori.

L’elemento più importante che funge da fattore di rischio (o fattore protettivo se curato) è il tema dell’educazione finanziaria e delle competenze economiche. Attenzione, non tanto e non solo le competenze “oggettive” (ossia quello che una persona oggettivamente sa), ma soprattutto quelle “soggettive”, cioè quanto uno pensa di sapere—la self-efficacy finanziaria.

Un secondo fattore è legato agli stereotipi di genere. Qui entrano in gioco in maniera molto forte, nel senso che le persone che pregiudizialmente interiorizzano ruoli di genere più stereotipici o tradizionali sono quelle che più spesso possono essere vittime o, dall’altra parte, autori, proprio perché hanno interiorizzato questi modelli culturali anche nella gestione del denaro (ad esempio, gestire le finanze è “roba da uomini”).

Un terzo fattore riguarda gli stili monetari, che sono il nostro modo interiore di rapportarci emotivamente e affettivamente con il denaro. Come Università Cattolica abbiamo identificato sei stili monetari, due dei quali costituiscono fattori di rischio: lo stile competitivo e lo stile prodigo.

Lo stile competitivo è quello in cui il denaro è visto soprattutto come uno strumento di misura e simbolo di successo e potere. Queste persone tendono a confrontarsi socialmente rispetto, ad esempio, a quanto guadagnano, e di conseguenza incorrono più spesso in quello che Veblen chiamava il consumo ostentativo, l’acquisto di status symbol o beni vistosi, per dimostrare il proprio valore.

L’altro stile che è un fattore di rischio è lo stile prodigo, per cui il denaro rappresenta simbolicamente amore. Anche per queste persone c’è un’associazione fra denaro e valore personale, ma più in termini di spese, acquisti e consumi. Per loro il denaro deve fluire in uscita, ed è questo che dà piacere.

Questi due stili (competitivo e prodigo) hanno in comune un atteggiamento rispetto ai consumi poco controllato. Credo sia questo il fattore comune che può esporre maggiormente a un rischio di controllo, soprattutto da parte di un partner, un genitore o a volte anche un figlio, che si sente in dovere di controllare (pur non essendo lecito, in mancanza di consenso della persona controllata).

Molte ricerche mostrano che le donne, pur avendo competenze economiche simili agli uomini, tendono a sottovalutarle. Da cosa dipende questo divario e come può influire sul rischio di violenza, evidentemente?

Influisce proprio perché uno dei fattori predittivi fondamentali sono le competenze soggettive. Tantissimi studi ci mostrano che le donne hanno competenze soggettive inferiori rispetto agli uomini, cioè si sentono meno portate per questo. Anche i consulenti finanziari ce lo dicono, tipizzando due clienti “peggiori”:

  1. Il cliente peggiore in assoluto è quello che non ne sa nulla sul piano oggettivo, ma crede di sapere tutto sul piano soggettivo (l’overconfidence finanziaria); e ci riportano che spesso questi tipi di clienti sono in prevalenza uomini.
  2. L’altro cliente più difficile da trattare (perché necessita di rassicurazione in termini psicologici) è quello che pur a fronte di buone competenze oggettive, non si sente abbastanza pronto, preparato o competente; e questi tipi di clienti sono in prevalenza donne.

Questo dato è stato osservato anche in una precedente ricerca (promossa da Banca Widiba e Università Cattolica) in cui avevamo analizzato il rapporto con il denaro di uomini e donne in Italia. Il gap di competenze oggettive tra uomini e donne si amplifica quando si guardano le competenze soggettive. Tra l’altro, abbiamo analizzato un sottocampione di laureati e laureate in discipline economiche. Sebbene le competenze oggettive siano ovviamente identiche, quando andiamo a guardare le competenze soggettive (quanto ci si sente capaci), sia gli uomini che le donne laureate in economia aumentano la propria percezione di competenza rispetto alla media, ma entrambe lo fanno in modo proporzionale rispetto al punto di partenza. Quindi il gap soggettivo rimane identico. Questo dipende probabilmente da una sorta di interiorizzazione degli stereotipi per cui le questioni finanziarie sono “da uomini”. Di conseguenza, anche se una donna si sa gestire, pensa di non saperne “così tanto come un uomo”.

La violenza finanziaria è spesso invisibile, perché anche chi la subisce è meno consapevole di “cosa dover osservare”. Quali sono i segnali più comuni — quelli che chiunque dovrebbe imparare a riconoscere?

Sì, è vero, se consideriamo il racconto ascoltato da diversi Centri antiviolenza che abbiamo intervistato in occasione della ricerca, effettivamente, nessuna persona si presenta comunicando di aver subito violenza economica. Non compare mai da sola (come forma di violenza), e neanche associata ad altre forme di violenza; è qualcosa che emerge solo in seguito, successivamente.

La nostra ricerca dimostra quanto sia nascosto questo fenomeno. Abbiamo identificato una quota di italiani consapevoli di aver subito violenza economica. Ma abbiamo anche stimato, tramite uno strumento che ha misurato i comportamenti dichiarati che le persone non riconducono alla violenza economica, che c’è una quota che vale quasi la metà di chi la riconosce: un +40% che pur avendo subito violenza economica non ne è consapevole.

Inoltre, fatto 100 chi ne è consapevole, se chiediamo loro “hai fatto qualcosa in seguito?”, la metà è rimasta in uno stato di inerzia, non ha fatto nulla. Altri ne hanno parlato con amici o parenti, ma è veramente minoritaria la quota di chi si è rivolta a Centri antiviolenza. Questo dimostra come il fenomeno sia sommerso e ci sia molto da lavorare.

I segnali da osservare sono collegati a quelli che citavo all’inizio, nelle tre forme di violenza economica. Indicatori sentinella anche molto semplici come “Non ho accesso a un conto a mio nome”, “Ogni mia spesa viene monitorata” oppure “Mi viene chiesto di rendicontare le mie spese” etc. A monte, però, occorre davvero costruire maggiore consapevolezza e sensibilizzare sul fenomeno. Se non se ne parla socialmente, nei media e nelle reti sociali, è difficile che le persone si interessino.

Guardando alle soluzioni, quali passi concreti possiamo fare come società — dal mondo educativo a quello aziendale —per prevenire questa forma di violenza?

Credo che siano quattro le direzioni su cui possiamo lavorare.

  • Rendere il fenomeno più dicibile: parlarne e quindi il tema della sensibilizzazione discusso poco sopra.
  • Forzare e rendere più accessibili le reti di supporto e i servizi (i centri antiviolenza). Forse non sono conosciuti a sufficienza come supporto per questo fenomeno, o non sono sempre facilmente accessibili. Questo tema è cruciale, a fronte dell’inerzia delle vittime di violenza economica.
  • Promuovere maggiori competenze finanziarie, sia quelle oggettive sia quelle soggettive. Bisogna promuovere anche la self-efficacy rispetto a questi temi.
  • Favorire un cambiamento culturale nell’ambito dei pregiudizi e degli stereotipi di genere. L’interiorizzazione di norme e ruoli sociali obsoleti legati alla tradizione culturale agisce come fattore di rischio rispetto a questo problema.

Aggiungerei un quinto punto legato invece agli istituti finanziari o semplicemente ai consulenti finanziari allo sportello: sensibilizzare queste persone per metterle in grado di cogliere i segnali deboli.

Quando un cliente si presenta e si capisce, per esempio, che tutte le decisioni finanziarie sono prese solo da una persona della famiglia, o non si fanno mai operazioni singole, bisogna cogliere questi segnali per capire se siamo di fronte a un potenziale caso di violenza economica e, nel caso, orientare le persone per farle rivolgere a Centri antiviolenza. In questo senso la partnership con questi potrebbe essere interessante.

Grazie a Edoardo Lozza, Professore Ordinario presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano!