Giornalismo. La Rivoluzione dei Diversity Editor
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Per dare alle aziende italiane informazioni utili a tema DE&I, intervistiamo ogni mese responsabili di grandi aziende, studiosi e esperti. Oggi siamo felici di condividere l’intervista a Pasquale Quaranta.

Cos’è il Diversity Editor e da dove nasce l’idea?
Il Diversity Editor, traducibile come “giornalista per la diversità e l’inclusione”, è una figura che ho proposto a La Stampa. L’idea è nata unendo due buone pratiche che ho osservato.
La prima fonte di ispirazione è stata Krissah Thompson, Managing Editor della Diversity and Inclusion al Washington Post, una collega afroamericana. In un’intervista, Thompson ha sottolineato come il Washington Post non riflettesse la diversità dell’America, evidenziando la mancanza di rappresentanza etnica. Questa dichiarazione mi ha profondamente colpito, soprattutto considerando che il 70% dei dirigenti del Washington Post erano uomini bianchi americani. Questa osservazione mi ha fatto riflettere sulle eventuali mancanze anche riguardo ad altre forme di diversità, come persone con disabilità, transgender o colleghi disabili. Ho notato che, nonostante ci siano persone diverse intorno a me, le posizioni apicali sono occupate principalmente da uomini bianchi eterosessuali, creando un ambiente omogeneo che potrebbe tralasciare importanti prospettive e voci.
In seguito, ho avuto l’opportunità di conoscere Anna Masera, che ha introdotto una figura unica nel panorama giornalistico italiano presso il giornale: quella della Public Editor, o garante dei lettori. Quando segnalavano problemi in un articolo, come dati inesatti, foto o contesti inappropriati. Lei poi collaborava con il collega o la collega che aveva scritto l’articolo per valutare le possibili correzioni da apportare, che potevano riguardare la correzione di termini, la verifica dei dati o la scelta di un’altra foto. A volte, i pezzi venivano effettivamente modificati. Ho apprezzato questa pratica perché rompeva la tradizionale unidirezionalità del giornalismo, coinvolgendo attivamente lettrici e lettori nel processo di miglioramento dei contenuti.
Unendo l’ispirazione tratta da queste due figure, mi sono candidato per il ruolo di Diversity Editor, con l’obiettivo di agire sia come garante delle comunità sottorappresentate che come promotore della sensibilizzazione all’interno della redazione, affinché l’informazione sia veicolata senza discriminazioni. Ho presentato questa proposta al direttore Massimo Giannini lo scorso marzo, il quale l’ha accolta con grande entusiasmo, e il sostegno è continuato grazie al direttore Andrea Malaguti. Dal febbraio di quest’anno, su ordine di servizio del direttore Maurizio Molinari, ho assunto il ruolo di Diversity Editor per l’intero gruppo editoriale GEDI. In questa posizione, ho già organizzato sette corsi di formazione per giornalisti, accreditati dall’Ordine dei giornalisti, poiché c’è il rischio che l’impulso al cambiamento possa attenuarsi o risolversi affidandosi esclusivamente a una sola figura. La sfida è quella di diffondere la consapevolezza su questi temi in tutta la redazione.
Cercando su internet “Diversity Journalism” appaiono solo tuoi articoli e spiegazioni. Di cosa si tratta?
Il Diversity Journalism è un approccio che valorizza i punti di vista delle comunità sottorappresentate nei media, cercando di ridurre il divario tra la realtà vissuta e la rappresentazione mediatica. Questo tipo di giornalismo arricchisce e riflette la vera diversità dell’Italia contemporanea. Ho spesso notato una discrepanza tra la mia esperienza personale e la rappresentazione mediatica. Come cittadino e persona omosessuale, ho vissuto questo gap in prima persona e vedo lo stesso problema in altre comunità marginalizzate. La sfida è ampliare l’orizzonte giornalistico per includere voci emarginate. Promuovere un giornalismo che rispetti la diversità e contribuisca a una democrazia più inclusiva è fondamentale.
Un giornalismo ampio richiede uno studio continuo e un vocabolario appropriato, ma i benefici umani e professionali sono enormi. Questo approccio può dare un nuovo protagonismo al giornalismo in un contesto di disintermediazione, dove sempre più persone si informano attraverso i social media. Non si tratta solo di un giornalismo che guarda solo alle persone marginalizzate, ma di un giornalismo che riconosce “questo è un problema di democrazia”. Un giornalismo che abbraccia la diversità non solo beneficia le comunità emarginate, ma arricchisce l’intera società. Questo tipo di giornalismo ancora non esiste pienamente in Italia, ma sto cercando pian piano di introdurlo.
Ti viene in mente qualche esempio virtuoso di media inclusivi?
In Italia siamo ancora nella fase di acclimatamento del concetto di Diversity. Credo che i giornali tradizionali, così come li conosciamo, trovino ancora qualche difficoltà ad adattarsi. Ad esempio, La Stampa e Repubblica sono stati i primi giornali nazionali in Italia a partecipare a un Pride con un carro di giornalisti. A quanto mi risulta, nessun altro grande quotidiano lo aveva fatto prima.
Una delle obiezioni principali dei giornalisti è: “Noi facciamo i giornalisti, non siamo attivisti”. Tuttavia, il confine tra giornalismo e attivismo è molto più sfumato di quanto ci insegnano nelle scuole di giornalismo e nelle università. Ci viene detto di essere neutrali, obiettivi e imparziali, in modo che il lettore possa formarsi un’opinione propria, ma ogni cosa che scriviamo è influenzata dal nostro vissuto personale, dai nostri bias, dalle persone che frequentiamo e dai contesti in cui lavoriamo.
Per quanto ci sforziamo di essere imparziali, obiettivi e oggettivi, nel momento in cui diamo voce a una storia, ne oscuriamo un’altra. Questa è una scelta editoriale e, quindi, politica. Paradossalmente, credo che dichiarare la propria “parzialità” nello sguardo giornalistico possa in realtà garantire maggiore “imparzialità” rispetto a chi sostiene di essere completamente neutrale.
Molti media digitali, invece, nascono già inclusivi, a differenza di quelli tradizionali, e le composizioni delle loro redazioni sono più varie. Tuttavia, non è tutto oro quello che luccica raramente questi media digitali offrono contratti giornalistici adeguati, e i giornalisti che vi lavorano non sono spesso inquadrati correttamente.
I media sono un veicolo fondamentale di rappresentazione della realtà e per questo sono spesso criticati perché rinforzano gli stereotipi. Secondo te cosa possiamo fare per garantire una divulgazione il più possibile rispettosa e inclusiva?
Per me è essenziale dare voce alle comunità marginalizzate, ascoltando direttamente il loro punto di vista piuttosto che affidarsi esclusivamente agli esperti che non vivono quella marginalizzazione. Questo approccio evita di patologizzare le loro condizioni e permette di affrontare i pregiudizi inconsapevoli che possono influenzare la narrazione giornalistica.
Per evitare discriminazioni, bisogna evitare la polarizzazione, anche ci insegnano che è uno degli elementi di notiziabilità. Nei dibattiti televisivi o in alcuni post sui social media, vediamo spesso posizioni estremamente nette e dure; più una dichiarazione è forte, più è riconoscibile e suscita reazioni come i “like”.
Riconoscere i propri pregiudizi è il primo passo verso un’informazione più equa. Consultare le comunità che vivono sulla propria pelle una discriminazione aiuta a comprendere meglio le problematiche e a trovare soluzioni adeguate. Questo processo non solo migliora la qualità dell’informazione, ma contribuisce anche a creare un ambiente mediatico più rispettoso e inclusivo.
Siamo nel mese del Pride, puoi darci qualche consiglio per evitare il rainbow-washing?
È importante verificare se all’interno delle aziende esistono percorsi reali di Diversity & Inclusion. Se non esistono, colorare il logo con i colori dell’arcobaleno diventa solo rainbow-washing. Le aziende devono dimostrare un impegno concreto verso la Diversity & Inclusion attraverso azioni tangibili e sostenibili. Partecipare attivamente al Pride e supportare finanziariamente associazioni sul territorio sono esempi di iniziative che dimostrano un impegno autentico. D’altro canto, bisogna anche comprendere le difficoltà che le aziende affrontano per promuovere il cambiamento e valorizzare gli sforzi. A volte giudizi affrettati minano il riconoscimento del valore delle iniziative intraprese. Bollare un’azienda di rainbow-washing senza conoscere gli sforzi reali può essere controproducente, poiché anche le aziende che ai nostri occhi commettono errori stanno cercando di dare il proprio contributo.
Bio
Pasquale Quaranta, giornalista e attivista nato a Salerno nel 1983, vanta oltre 10 anni di esperienza nella divisione digitale del gruppo GEDI, dove dal 2023 ricopre il ruolo di primo Diversity Editor d’Italia. Ha collaborato con le maggiori testate LGBTQIA+ italiane, dalla storica Babilonia alla rivista Pride, da Gay.it a Gay.Tv. Il suo impegno per la giustizia climatica lo ha portato a collaborare per diversi anni a La Nuova Ecologia, il mensile di Legambiente. Docente di “Diversity Journalism” presso il Master in giornalismo di Torino, organizza corsi accreditati dall’Ordine dei giornalisti per informare senza discriminare. Attualmente lavora a La Stampa e la Repubblica, ed è Diversity Editor del gruppo editoriale GEDI. Dopo aver fondato l’Arcigay di Salerno nel 2003, è stato portavoce del primo Salerno Pride 2005 e consigliere nazionale di Arcigay. Ha pubblicato il saggio “Omosessualità e Vangelo” (Gabrielli, 2008). Svolge attività di consulenza D&I promuovendo linee guida inclusive in enti e aziende.
Questa intervista è stata pubblicata su InclusioNews #25, la newsletter mensile per chi si occupa di DE&I in azienda.


