Insights 16 Aprile 2026

Il teatro per trasformare i conflitti. Tradurre l’inclusione in comportamenti reali

Giampaolo Abate
Giampaolo Abate

Consulente

Per dare informazioni utili e best practice sugli interventi DE&I nelle organizzazioni italiane, la nostra Tribe Inclusion intervista leader ed esperti/e di organizzazioni che si occupano di temi connessi a Diversity, Equity e Inclusion.

Oggi abbiamo il piacere di presentare Almudena Gonzalez de Pablos, facilitatrice teatrale specializzata in comunicazione nonviolenta e trasformazione dei conflitti. Dal 2012 lavora a Casa per la Pace Milano, dove conduce percorsi formativi per adulti e adolescenti e dove utilizza il Teatro dell’Oppresso, assieme a role-play, scrittura creativa e narrazione, come strumento per attivare processi di cambiamento personale e collettivo. Ha coordinato formazioni internazionali nell’ambito di Erasmus+ e co-fondato il Teatro dell’Oppresso Milano Festival.

Con lei approfondiamo come le metodologie esperienziali possano tradursi in cambiamenti culturali concreti sui temi dell’inclusione nelle organizzazioni.

NdR — Il Teatro dell’Oppresso (TdO) è una metodologia ideata dal drammaturgo brasiliano Augusto Boal negli anni ’70, che utilizza la scena teatrale come spazio di esplorazione e trasformazione delle dinamiche di potere, esclusione e conflitto. In ambito organizzativo, questo approccio permette di far emergere vissuti di conflitto, discriminazione o difficoltà – in sicurezza – e di allenarsi collettivamente a comportamenti più generativi.

Ci racconti brevemente che cos’è Casa Pace Milano?

Almudena: Casa Pace Milano è un’associazione di promozione sociale che ha tra i suoi obiettivi quello di promuovere la nonviolenza, intesa però come giustizia sociale.

Nonostante il nome e la parola “pace”, oggi sentiamo di essere più vicine a un lavoro che riguarda la giustizia sociale, l’aumento della consapevolezza e la costruzione di reti di mutuo supporto. Questi sono gli strumenti principali che mettiamo in atto.

Nella maggior parte dei casi, quando veniamo chiamate per fare formazione con adulti, è più facile che si tratti di cooperative, quindi persone che lavorano in ambito educativo. In generale, si tratta più spesso di contesti collegati al sociale, o comunque di persone che sono disposte a interrogarsi davvero sui cambiamenti che il teatro può portare.

Poi, oltre a questi gruppi, lavoriamo con persone in situazione di vulnerabilità (economica, sociale, abitativa, …) in contesti molto diversi. Io, per esempio, sto lavorando spesso con donne anziane nel quartiere Baggio. Stiamo lavorando anche con un gruppo un po’ eterogeneo, persone che arrivano da contesti diversi, spesso spaesate, smarrite, isolate, che trovano in questa proposta un aggancio per ricollegarsi ad altri esseri umani, a un senso, a una dimensione collettiva. E poi ci sono i contesti più educativi, quindi adolescenti e ragazzi.

Su quali temi intervenite più spesso nei vostri progetti?

Almudena: Spesso le richieste hanno a che fare con la trasformazione del conflitto. Se una cooperativa o un gruppo ci chiede un intervento, di solito è perché vuole lavorare su conflitti di vario tipo e vuole usare il teatro come strumento per farlo.

Nei contesti più di quartiere, invece, emergono altri temi: il diritto alla casa, il diritto allo spazio pubblico, il diritto alle relazioni. Abbiamo lavorato anche sui diritti del lavoro, per esempio con la campagna Abiti Puliti, che fa lobby per i diritti di chi lavora nel tessile. Con loro abbiamo fatto un po’ di lavoro su questi temi.

A scuola, o con i ragazzi, sono spesso loro stessi a decidere quali temi affrontare. Le questioni possono essere molto diverse: dalla comunicazione con i genitori, alle difficoltà legate ai disturbi alimentari, all’omofobia, alla dipendenza dal cellulare. Dipende molto da chi hai davanti e da quello che il gruppo porta.

Come definiresti il Teatro dell’Oppresso a una persona che non lo conosce?

Almudena: Se dovessi spiegarne l’utilità alle persone, direi che questo tipo di lavoro crea uno spazio in cui si può entrare in una conversazione profonda, usando il corpo e il gruppo, e non solo la testa. Questo aiuta le persone a sentirsi meno sole, perché condividono cose molto intime che, se restassero solo sul piano concettuale, non emergerebbero con la stessa forza.

Parcheggiare per un momento la testa ed entrare con il corpo permette di stupirsi, in prima persona e insieme al gruppo. Ti accorgi di cose che non ti aspettavi. E questo succede perché il corpo ti porta in un punto a cui arrivi quasi senza accorgertene. Quando te ne rendi conto, ci sei già dentro, e il gruppo se ne può prendere cura, perché lo hai espresso in tanti modi diversi.

È un po’ come far emergere l’elefante nella stanza. Se ci si ferma lì, hai già fatto un lavoro di emersione che è utile. Poi, naturalmente, ci sono altri strumenti per andare avanti. Se apriamo il vaso di Pandora, come operatrici teatrali che usano questo strumento, abbiamo una responsabilità nel capire con le persone e con chi ha convocato il laboratorio quali possono essere le strade per uscire da quella condizione.

In contesti come aziende o cooperative, dove ci sono equilibri delicati e rapporti di potere, come pensi si possa usare una metodologia come il TdO?

Almudena: Un primo livello è essere molto chiari sui limiti etici di chi facilita e sulle condizioni di sicurezza necessarie perché il laboratorio abbia senso. Il secondo è capire quali sono gli obiettivi reali della committenza. Ci sono sempre obiettivi dichiarati e obiettivi non dichiarati. Lavorare sul conflitto con persone che si trovano in un contesto organizzativo, di per sé, non ha una contraddizione etica: alla fine si tratta di persone, e più strumenti hanno per stare insieme in modo rispettoso e consapevole, meglio è per tutti.

Però c’è un limite enorme nel momento in cui le situazioni di conflitto o di oppressione hanno a che fare con le condizioni strutturali del contesto. Non si possono isolare le relazioni dal resto. E lì il limite diventa molto evidente.

Pensi che le persone si portino a casa qualcosa dall’utilizzo di tecniche esperienziali? E come lo capisci?

Almudena: Sì, io credo che si portino a casa qualcosa sicuramente. Come lo misuri? Non è facilissimo, perché non hai risultati immediatamente tangibili. Però ci sono diversi segnali.

Io parto sempre facendo una domanda molto semplice: perché hai deciso di partecipare? Quindi il punto non è tanto misurare se hanno “raggiunto l’obiettivo dichiarato” in modo lineare. Il punto è vedere la distanza tra le rigidità con cui le persone arrivano al primo incontro e il tipo di condivisione a cui si arriva al terzo.

È in quella distanza che capisci se il lavoro ha avuto senso oppure se è stato superficiale. Se parti con una persona molto rigida e arrivi, alla fine, a un momento in cui quella persona dice in gruppo qualcosa di profondamente autentico e vulnerabile, lì per me il lavoro ha avuto successo.

Per esempio, c’era un signore bianco, sopra i sessant’anni, con rigidità molto forti. Nell’ultimo cerchio di condivisione ha detto: “Io ho capito che ho imparato a lavorare come mi è stato chiesto. Lavoro da sempre qui, non ho mai cambiato posto di lavoro, ho cambiato posizione ma sono sempre stato qua. Sono stato educato a lavorare in questo modo. Adesso, confrontandomi con voi, persone più giovani, capisco che forse non è il modo migliore. Però ho paura. Ho paura perché, alla mia età, cambiare è molto difficile. E ho paura anche di perdere il potere che ho, se cambio”.

Se una persona così riesce a dire questa cosa in gruppo, per me il lavoro è fatto. Perché ci siamo ascoltati in profondità. Non in una logica “io ho ragione, tu hai torto”, ma in un altro modo.

L’Inclusione si costruisce facendo un lavoro sui comportamenti individuali, sulle relazioni tra le persone, ma anche potenziando il modo di funzionare del contesto. Come il TdO può aiutare in questo?

Almudena: Non lavoriamo sul singolo come individuo isolato. Lavoro su come stanno gli individui, ma dentro al sistema.

Il singolo da solo, dentro al sistema, cambia poco o nulla. Dobbiamo uscire da quella lettura tutta centrata sulla responsabilità individuale. Certo, esiste una responsabilità individuale nelle relazioni uno a uno, ma tutte le relazioni sono sempre condizionate dalla struttura.

Se io non ho tempo di ascoltarti prima di un meeting, perché ho meeting uno dietro l’altro in modo serrato, non è che sono una cattiva persona o che non so ascoltare. È l’organizzazione che sta vivendo un periodo di eccessivo carico. Quindi non può essere letta solo come una mia responsabilità individuale.

Per questo, secondo me, bisogna puntare più in alto. Non ci si può fermare alle relazioni. Quello è un primo pezzo di lavoro, ma in dieci ore almeno metà del tempo, idealmente, dovrebbe poter essere dedicato a parlare di struttura e di collettività.

Come si tiene in equilibrio uno spazio abbastanza sicuro da permettere alle persone di esserci, ma anche abbastanza scomodo da generare cambiamento?

Almudena: Questa per me è una domanda fondamentale. E non solo per questo strumento: credo che dovrebbe essere una riflessione centrale per ogni spazio di apprendimento.

La chiave, secondo me, sta nel dare libertà alle persone di fare le proprie scelte e di ascoltarsi a ogni passaggio. Si parte dai paletti che decidiamo insieme e dalla tutela del contenitore, che come facilitatrice è una mia responsabilità.

Poi c’è un altro punto importante: io dico sempre alle persone che loro conoscono se stesse meglio di quanto io le conoscerò mai. Quindi devono ascoltarsi. Devono ascoltare come arrivano loro le proposte, e se qualcosa è inaccessibile, fisicamente o emotivamente, possono trasformarlo in un modo che per loro sia accessibile.

Possono scegliere il livello di condivisione. Non c’è un livello giusto o sbagliato. Il bello del gruppo, se è sufficientemente numeroso, è che ci sarà chi fa un passo avanti, chi fa un passo indietro, e questa può diventare una danza, se viene gestita bene. Non devo sentirmi sempre obbligata a espormi: posso anche affidarmi al gruppo.

E se ho bisogno di fare un passo indietro, anche fisicamente, posso uscire per un’attività, osservare. Questo non significa che sono fuori dal gruppo: significa che sto partecipando in un altro modo. E su questo non chiederò giustificazioni. Darò piuttosto un ruolo di osservatore attivo, perché anche quello è importante.

Poi, una volta costruito il contenitore, non bisogna avere paura di fare le domande giuste o le osservazioni giuste quando serve. Spesso sono domande al gruppo. E poi, secondo me, bisogna anche divertirsi molto mentre succede. Io faccio spesso una domanda ai personaggi: “Qual è il tuo pensiero segreto?” È una domanda leggera ma anche profonda. Ti permette di giocare, di ridere, di andare più a fondo. Puoi anche dire: “Questo l’hai già detto, non è tanto segreto. Andiamo ancora più in fondo”. L’ironia e il divertimento aiutano moltissimo. E poi c’è il tempo. A volte ci aspettiamo che le persone siano subito reattive, pronte a dire quello che ci aspettiamo. Invece no. Se entriamo in una domanda davvero scomoda, bisogna lasciare che il silenzio faccia il suo lavoro. Perché il silenzio è un’informazione. Se fai una domanda e dopo c’è silenzio, significa che quella domanda è sufficientemente scomoda.

C’è comunque qualcosa che senti importante non perdere, anche quando si entra in un contesto aziendale?

Almudena: Sì. Per me è molto importante non perdere la dimensione della collettività.

Anche se non lo chiamiamo teatro dell’oppresso, anche se adattiamo linguaggio e cornice, per me resta fondamentale recuperare il collettivo, perché il teatro ti porta lì. Da solo puoi anche fare teatro, ma il senso del gruppo è un’altra cosa.

Quello che non dobbiamo fare è lasciare tutto il peso del cambiamento, delle scelte, della trasformazione o del miglioramento sulle spalle dei singoli. Altrimenti entriamo nella retorica assurda del “se vuoi puoi”, del miglioramento individuale come unica risposta, e per me quella è una deriva molto pericolosa.

Quindi credo sia importante darsi delle ancore, prima di entrare in questi contesti. Essere molto onesti con noi stessi su quali sono i nostri paletti, i nostri punti fermi, le cose che ci permettono di tornare a una bussola quando il contesto cerca di trascinarci altrove.

Per esempio, lavorare sul far sentire le persone parte di qualcosa, aumentare il senso di collettività, è uno scopo che puoi anche dichiarare apertamente all’azienda come valore aggiunto. E nello stesso tempo, se lasci un seme lì, quel seme non resta per forza confinato dentro l’azienda: le persone poi escono, tornano nei quartieri, nelle famiglie, nei loro altri spazi di vita, e se si portano dietro un’esperienza di collettivo, quella può attecchire anche altrove.

Quanto è importante, in questo tipo di lavoro, una lettura intersezionale?

Almudena: Per me è fondamentale. Anche perché spesso le organizzazioni preferiscono lavorare sull’area LGBT, l’area disabilità, l’area gender, e così via. È una divisione molto tipica.

Quando le persone arrivano in aula, portano sé stesse intere. Se portano sé stesse al lavoro, e poi al lavoro teatrale che facciamo insieme, non portano solo una dimensione. Portano tutte le loro dimensioni insieme.

Io non mi fermo a essere una persona di una certa età ma senza genere, senza origine, senza orientamento sessuale, senza disabilità. È tutto collegato. Quindi rendere visibile l’intersezionalità secondo me può essere molto interessante.

A volte, certo, serve anche lo scompartimento, perché può servire a creare spazio sicuro. Se devo parlare di orientamento sessuale o di una questione LGBT, forse mi sento più tranquilla in un gruppo dedicato. E questo lo capisco molto bene. Anche quando lavoriamo su questioni di gender inclusion o pari opportunità, a volte i gruppi separati sono necessari. Però quello che di solito io propongo è partire da spazi più esclusivi per poi arrivare a uno spazio comune. Questo può valere anche per altre intersezioni, altre oppressioni, altre minoranze o altri gruppi discriminati. E soprattutto bisogna essere chiari sul fatto che quando si parte da una porta, poi è possibile che se ne aprano altre.

Grazie a Almudena Gonzalez, facilitatrice teatrale presso Casa per la Pace Milano!